Mercoledì 20 giugno 2018, ore 7:44

Quotidiano di informazione socio‑economica

Il caso Moro

di Giampiero Guadagni

La verità che conosciamo sul caso Moro è solo quella ”dicibile”.

A sottolinearlo è stata la Commissione d’inchiesta, guidata da Giuseppe Fioroni, nella relazione presentata lo scorso 14 dicembre e che ha di fatto chiuso il mandato dell’organismo parlamentare in coincidenza con la fine della legislatura.

Leggiamo nella relazione: ”La ricostruzione storico-politica e giudiziaria di uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana”, il rapimento e la morte 40 anni fa del Presidente della Dc Aldo Moro, ”è ancora fortemente condizionata da una ’verità’ affermatasi tra gli anni '80 e i primi anni '90 del Novecento, che ha poi trovato un parziale accoglimento in sede giudiziaria”, ma che rappresenta appunto solo una ”verità dicibile”, che non tiene conto di ”molti aspetti”.

La Commissione parlamentare, che ha esaminato 700 mila pagine di documenti, approfondisce molti di questi aspetti e trae alcune conclusioni.

Quei molti aspetti di cui ancora oggi non si tiene conto - così come le ulteriori conclusioni alle quali occorre pervenire - sono al centro del lavoro puntiglioso e strutturato di molti giornalisti, che spesso sono divenuti fonte per la stessa Commissione.

Il punto di ripartenza è dunque questo: ”Nessun elemento rilevante del racconto ufficiale che costituisce la vicenda Moro – Via Fani, la prigionia, le trattative, l’uccisione – combacia con i fatti”. Così scrive Paolo Cucchiarelli nel suo ultimo libro di inchiesta che esce oggi nelle librerie per i tipi di Ponte alle Grazie. Il titolo ”L’ultima notte di Aldo Moro”; e il sottotitolo ”Dove, come, quando, da chi e perché fu ucciso il presidente Dc” molto promettono e quel molto mantengono. Sono le ”5 W ” che costituiscono la regola principale del giornalismo: valgono per scrivere correttamente un articolo, ma valgono soprattutto per arrivare al cuore di un fatto. L’analisi e le conclusioni di Cucchiarelli, sviluppo del suo precedente ”Morte di un Presidente” pubblicato nel 2016, sono destinate a far discutere (anzi, proprio questa è la speranza: imperdonabile davvero sarebbe l’indifferenza); possono essere o no essere condivise, possono essere messe in dubbio o contestate le correlazioni proposte.

Ma è comunque bene farsi interrogare dalla ricostruzione di chi per oltre vent’anni ha seguito le commissioni d’inchiesta sui casi politico-giudiziari più eclatanti degli ultimi anni: oltre a quello riguardante Moro, l’attentato a Giovanni Paolo II, Gladio, Tangentopoli, la vicenda Mitrokhin. Una autorevolezza conquistata sul campo, con la fatica professionale, e umana al tempo stesso, di cercare risposte selezionando fonti e piste. Alla fine, comunque, una cosa appare ormai evidente: a non reggere davvero più è l’idea che nel caso Moro si sia svolto tutto così come finora è stato ufficialmente raccontato; e che altre ipotesi siano solo il frutto malato di un atteggiamento da complottista.

D) L’ultima notte di Aldo Moro inizia 55 giorni prima in Via Fani. E forse anche prima. Cucchiarelli, nella tua argomentata ricostruzione sostieni che le Br non hanno mai agito da sole, né nella preparazione del sequestro, né in Via Fani, né nella gestione dell’ostaggio, né nella decisione finale. E chiami in causa una struttura parallela e coperta degli Stati Uniti, il Secret Team. Di cosa e chi si tratta?

R) Il Secret Team è il “regista” finora occulto, non italiano, del caso Moro. Questa struttura che per un terzo è di intelligence, un terzo è affaristica e un terzo è frutto dei circoli più oltranzisti americani, è definita dalla giustizia americana con il termine “l’impresa”. Questa struttura, quella che giornalisticamente si definiva la Cia parallela, si inabissa dentro la vasta e complessa realtà delle agenzie americane dopo lo scandalo Watergate e le relative dure norme di controllo. In precedenza aveva agito, se non del tutto dentro, certamente ai margini dei servizi civili e militari statunitensi commerciando oppio in Laos e Vietnam per finanziare omicidi e interventi “sporchi”, nel Medio Oriente e in Sud America, vendendo armi sofisticate a regimi che si intendevano condizionare. A dirlo sono il governo americano e la magistratura americana. Oggi sappiamo che questa struttura agisce nel caso Moro fornendo alle Br quegli specialisti che aveva addestrato in Libia dove si realizza una delle più incredibili operazioni di manipolazione e cointeressenza di interessi della storia recente. Addestra anche il terrorista internazionale Carlos e fornisce lo “specialista” che realizza gran parte dell’operazione militare in Via Fani.

Il Secret Team aveva infatti offerto a Gheddafi di addestrare nei campi libici come mercenari al soldo la Raf, le Br, l’Ira ecc.. Un modo per sapere, intervenire, stoppare o accelerare; al contempo facendo soldi con cui finanziare il tornaconto personale e politico degli uomini coinvolti. Il Secret Team è il primo e più eclatante esempio di privatizzazione dell’intelligence e di gestione affaristica delle relative operazioni.

D) Ma le Br hanno condiviso o subìto questa sorta di cogestione della vicenda?

R) La logica internazionale che vedeva Gheddafi all’epoca oppositore degli Usa poteva rendere credibile almeno inizialmente, agli occhi delle Br, l’offerta di uomini militarmente addestrati, in grado di neutralizzare la scorta di Moro. Il fatto è che questa struttura, lo sappiamo grazie alle indagini della seconda Commissione Moro svolte dal tenente colonnello Massimo Giraudo, aveva sua presenze, legate ai Paesi arabi filoamericani, anche nell’immobile di Via Massimi 91 dove Moro viene portato subito dopo Via Fani. Le ”varie” presenze - Ior, Raf, Autonomia, Secret Team, intelligence Usa e Br (Gallinari si rifugia in un appartamento legato a uomini notoriamente collegati alla struttura Usa) - fanno capire che i grado di convergenza di interessi fu altissimo e che le Br furono probabilmente le meno consapevoli di tutte queste mani attive nella operazione. Ciò non si può dire invece per le alleanze ricercate da esponenti di Autonomia prima del rapimento. Alleanze strane e apparentemente inspiegabili. Una operazione complessa che ruota attorno alle Br.

D) Ma non credi che ci fosse un evidente interesse anche di Mosca a giocare questa partita?

R) L’interesse di Mosca è politico; quello americano, essendo l’Italia all’epoca frontiera, è politico-militare. Anche perché un Moro presidente della Repubblica a fine 1978, si sarebbe probabilmente opposto (questo era il timore dei circoli oltranzisti Usa) al dispiegamento in Europa di Pershing Cruise, i missili strategici che dovevano minacciare direttamente l’Unione Sovietica coinvolgendo direttamente l’Europa in uno scontro nucleare. La politica Usa è sempre guidata dalle esigenze geostrategiche.

D) Tu scrivi: Moro aveva coscienza della presenza di una realtà ”altra” rispetto alle Br. Cosa emerge in questo senso dalle lettere del presidente dalla prigionia?

R) Questo libro sviluppa la nuova interpretazione delle lettere di Moro che avevo già iniziato con ”Morte di un Presidente”. Moro è il ”testimone” più attendibile del suo caso: si rese conto, come tanti in Italia, di quale forza si era mossa per facilitare, permettere, realizzare il suo rapimento. Le lettere lo dimostrano. Moro capisce, vede, sa. Il Presidente conosceva molto bene l’immobile di Via Massimi, di proprietà dello Ior e che era amministrato da Luigi Mennini, il papà di don Antonello, che poi le Br sceglieranno come canale di trattativa proprio in virtù della quasi immediata scoperta di questa prima prigione. La conferma viene anche dalla seconda Commissione che ha reso pubblici solo pochi frammenti degli elementi raccolti sul tema della presenza Usa, dietro, dentro, “oltre” l’operazione. Moro andava regolarmente in Via Massimi ad incontrare uno studente e parlare con cardinali legati agli Usa che venivano utilizzati come canali per far sapere a Washington la logica italiana delle sue scelte politiche. Le lettere parlano “in cifra” di questa presenza e l’inchiesta lo svela in dettaglio. Tutti coloro che contavano ben sapevano quale fosse la reale situazione in cui si trovava Moro che venne ucciso proprio perché non svelasse i retroscena internazionali le convergenze, le molte mani che avevano contribuito a Via Fani e i conseguenti spostamenti nelle diverse prigioni. Scoperta la prigione non si può svelare chi ne deteneva il potere.

D) I luoghi della prigionia. Tu smonti la versione ufficiale che parla solo di Via Montalcini. Qual è allora la mappa di luoghi, e relative date, in cui Moro è stato tenuto ostaggio?

R) Non sono io a smontare la versione di Via Montalcini ma i fatti, gli elementi raccolti già nel 1978 e che sono stati ignorati da allora. Il corpo parla e racconta le sue “stazioni” di prigionia. La sabbia, il catrame, i filari di stoffe presenti sul corpo e sulla R4. Il bitume fresco frutto del lavaggio delle cisterne delle petroliere: in Via Montalcini c’era tutto ciò? E poi lo stato del corpo, la presenza di nicotina, insomma decine e decine di elementi che le due inchieste squadernano con foto e perizie davanti agli occhi del lettore.

I fatti ci indicano che Moro, è stato rinchiuso in Via Massimi 91; poi alla Posta Vecchia di Ladispoli; poi in Via Gradoli; dopo il depistaggio del lago della Duchessa c’è un breve trasferimento a Vescovio (Rieti); ancora, nello stabilimento della Guardia di Finanza a Fregene per poi essere portato a Roma e stazionare in attesa della liberazione in una bottega, un deposito di stoffe nel ghetto che può essere quello di Pazza Paganica o di Via dei Falegnami.

D) E infine, cosa accade l’ultima notte, quella tra l’8 e il 9 maggio? Chi e cosa ha impedito la liberazione di Moro? Chi uccide il Presidente? Dove?

R) L’ultimo atto, la mancata riconsegna dopo gli accordi politici presi tra Psi, famiglia, Vaticano, Autonomia e Br che vogliono liberarsi di Moro perché tutta la vicenda è anomala e ormai ingestibile, avviene in un immobile che era all’epoca del Demanio e dato in gestione da molti anni alla Gdf. Moro viene ucciso in questo immobile che si trova in pieno centro a Roma - tra Via del Governo vecchio e Via della Chiesa Nuova - e che l’inchiesta propone sulla base di tre convergenti testimonianze che ho raccolto negli anni. La prima è quella dello storico dei servizi segreti Peppino De Lutiis, studioso serissimo e prudente che aveva avuto una sofferta confidenza dal Prefetto Parisi, per molti anni capo della Polizia. De Lutiis mi racconta la cosa anni fa e mi vincola al segreto fino a che non fosse stato in vita. Una incredibile e convergente conferma è venuta da una intervista fatta dal giornalista Marco Dolcetta a Licio Gelli. Il capo della P2, con cui parlai della vicenda anni fa, afferma che quello fu il luogo in cui Moro fu rinchiuso l’ultima notte. E poi c’è l’ulteriore conferma di una autorevole fonte, una fonte di altissimo profilo culturale, che nel 2014, in punto di morte, ha raccontato i due luoghi in cui si svolge l’ultima parte della vicenda: il deposito di stoffe e poi il garage della Gdf. A uccidere il Presidente, ad un passo dalla liberazione, è nella R4, con modalità diverse da quanto finora sempre raccontato, è Giustino De Vuono, uomo della ’ndrangheta dai molti legami, reclutato a livello internazionale. Sul perché e cosa esattamente accade rinvio al libro.

D) Che giudizio dai del lavoro svolto dalle Commissioni parlamentari di inchiesta, in particolare dell’ultima guidata da Fioroni?

R) La Commissione Fioroni ha avuto paura della verità che pure ha raccolto e ha secretato per un periodo che va da 30 a 50 anni, le certezze investigative che pure ha raccolto. L’Italia non può ancora permettersi di raccontarsi la verità sul delitto politico più rilevante della Repubblica. Che non la racconti un organo parlamentare creato per far avanzare la conoscenza su questo omicidio la dice lunga sulla nostra fragilità. Spero solo che la magistratura abbia ora il coraggio che non ha avuto la politica.

D) Perché, pensando soprattutto alle nuove generazioni, è ancora importante conoscere la verità sul caso Moro?

R) Semplice. Si tratta dell’omicidio più determinante della nostra storia recente. La verità che illumina quell’omicidio è cruciale, decisiva per capire da dove viene l’Italia di oggi.

 

Sullo stesso argomento leggi anche l'intervista a Marco Damilano

( 12 aprile 2018 )

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