Venerdì 19 gennaio 2018, ore 10:23

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Il caso Amazon

Per giocare alla pari con i giganti del web serve una rivoluzione della rappresentanza

Un pò come Davide contro Golia. Forse si sono sentiti così i sindacati che per la prima volta in Italia hanno ”sfida to” Amazon, il colosso di Jeff Bezos che, come nessun altro, incarna il modello di azienda - mondo, punto di intersezione tra reale e virtuale, tra la dimensione fisica della old economy e quella immateriale fin quasi all’evanescenza dell’Internet economy. Scioperare a Piacenza per farsi sentire a Seattle, dove ha sede il nuovo, fiammante quartier generale - con tanto di serre per le piante carnivore - di un impero su cui non tramonta mai il sole. Può funzionare? ”Probabil - mente sì a livello simbolico, sono scettico invece sui risultati concreti”, risponde il giuslavorista Michele Faioli dell’università romana di Tor Vergata.

Perché questa doppia lettura?

Partiamo da un dato: in Amazon convivono due contratti nazionali, quello del terziario e quello della logistica, ma la convivenza avviene in un sistema - impresa integrato: accanto al lavoratore addetto al packging ce n’è un altro che si occupa del trasporto. Se questi elementi sono integrati nella produzione, allora devono esserlo anche dal punto di vista delle relazioni sindacali.

Che cosa significa in concreto?

Significa che negli stabilimenti di Amazon dovrebbero costituirsi delle rappresentanze sindacali aziendali, preferibilmente unitarie, in grado di tutelare in modo solidale gli interessi di tutti i lavoratori. Quindi una rappresentanza unica a prescindere dal fatto che si applichino due contratti aziendali Sì, certo. In casi del genere la contrattazione deve essere wall to wall , comprendere l’intero perimetro aziendale. E’ qui che vedo i limiti dello sciopero: essendo circoscritto ai soli lavoratori del terziario, Amazon ne subirà le conseguenze in misura modesta, magari ricorrerà ad un altro stabilimento fuori dall’Italia. L’effetto sarebbe probabilmente diverso se a scioperare fossero anche i lavoratori della logistica. Ecco perché credo che il punto sia costruire relazioni industriali mature, basate su rappresentanze che danno vita a piattaforme valide per l’intera azienda, allargate fino a ricomprendere tutta la catena del valore.

Servirebbe anche una semplificazione del panorama dei contratti nazionali?

Sono a favore del pluralismo, ma è chiaro che bisogna innovare. Ciò che serve è la piena applicazione del protocollo sulla rappresentanza del 2014 o una norma di legge che definisca il raggio d’azione delle rappresentanze aziendali in realtà complesse come è appunto Amazon.

Il legislatore dovrebbe intervenire anche se le parti non trovassero un’intesa tra loro?

Considero il protocollo del 2014 un’ottima base di partenza, ma non escludo che il legislatore possa introdurre delle novità. Di sicuro c’è la necessità di riflettere sul modo in cui la rappresentanza può operare in questo tipo di aziende. Noi abbiamo una norma sulla rappresentanza aziendale che risale agli anni ’70 e fotografa la realtà della fabbrica di quegli anni; poi sono arrivati i protocolli del ’93 e, appunto, del 2014, che hanno provato ad innovare senza riuscirci fino in fondo.

Qual è allora la strada?

Si potrebbe raccogliere, mediante intervento legislativo, il suggerimento contenuto nella sentenza della Corte Costituzionale sull’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, quella sul caso Fiat, per intenderci. Una rappresentanza dei lavoratori eletta, sul modello tedesco, potrebbe ”coprire” l’intera catena del valore presente in azienda. E potrebbe anche avviare un’evoluzione in chiave partecipativa delle relazioni industriali.

La sproporzione tra le forze in campo balza agli occhi. Amazon è un colosso mondale, i sindacati - ma il discorso vale pure per i governi - si muovono in ambito nazionale. Non sarebbe più opportuno premere sull’Unione Europea?

L’Europa non ha competenza su queste materie. Le direttive sui Cae, i Comitati aziendali europei, o sui diritti di informazione e consultazione si basano sul principio del confronto tra le parti, mirano cioè a promuovere la partecipazione istituzionale dei lavoratori; non regolamentano l’attività negoziale né tanto meno il conflitto, quindi lo sciopero. Il legislatore europeo non ha competenza a definire l’ambito di applicazione di un contratto europeo. Insomma, oltre non si può andare, a meno di non modificare i trattati.

Carlo D’Onofrio

( 24 novembre 2017 )

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