Sabato 18 novembre 2017, ore 1:55

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Una riflessione post-referendum

Trivelle, la verità è che ha vinto il sì

Chi ha vinto il referendum sulle trivelle? I numeri, a leggerli senza un supplemento di riflessione, non sembrano lasciare dubbi: la distanza dal quorum del sì è risultata talmente ampia che - nonostante alcuni dei promotori abbiano sbrigliato la fantasia per gabellare la sconfitta come vittoria - viene spontaneo considerare tombale l’esito della consultazione. Eppure non è così, sostiene Alberto Clò: “La verità è che i favorevoli al referendum hanno avuto partita vinta”. Economista industriale, tra le voci più autorevoli in materia di politiche energetiche in Italia, Clò è transitato dai consigli di amministrazione di Eni e Finmeccanica e oggi siede in quelli di Snam, Atlantia e De Longhi. Ha anche ricoperto la carica di ministro dell’Industria nel governo Dini, a metà anni ’90. Al referendum ed ai suoi sostenitori non ha lesinato critiche, ora però offre una lettura controcorrente del voto .

Perchè la loro sconfitta sarebbe solo apparente?

Il voto in realtà ha ricompattato un vasto fronte che si nutre di pregiudizi antindustriali e coltiva ormai un’avversione pressoché totale verso qualsiasi infrastruttura energetica. Se allarghiamo lo sguardo, ad essere contestata non è solo l’estrazione di petrolio offshore ma anche quella su terraferma. E poi ci sono i rigassificatori, la geotermia, i parchi eolici. Nulla sfugge: neppure le rinnovabili. Questo referendum, al di là del risultato delle urne, avrà ricadute pesanti, basti pensare che le imprese hanno già cancellato 10 miliardi di investimenti. Sull’altro versante, le ragioni del no hanno prevalso grazie alla maggioranza silenziosa che si è espressa con l’astensione; questo però non significa che vi sia una forza reale nel Paese disposta a mobilitarsi. Ecco perché sono pessimista. In futuro dobbiamo aspettarci difficoltà ancora maggiori ogni volta che si dovranno prendere decisioni rilevanti in materia di energia.

Vittoria numerica e sconfitta politica, insomma. Forse perché il terreno di scontro era prima di tutto politico...

Intendiamoci: considero il ricorso allo strumento del referendum, benché se ne sia fatto abuso, del tutto legittimo e rispetto la posizione delle Regioni che lo hanno promosso; così come considero legittimi i timori delle popolazioni locali. Ma non mi pare che questi ultimi fossero al centro dei pensieri dei referendari. Altrimenti non si spiegherebbe l’ampiezza di un fronte che andava dal Movimento 5Stelle a Casa Pound, un fronte nel quale si sono inseriti perfino partiti, come Forza Italia, che in un recente passato avevano opinioni del tutto diverse. In breve: l’obiettivo era colpire il governo. Il governo, già.

Come si è mosso in questa vicenda?

Con la legge di Stabilità il governo Renzi è tornato sui suoi passi rispetto al decreto Sblocca Italia, recependo il contenuto di cinque dei sei quesiti referendari. Non saprei dire perché ne abbia lasciato in piedi uno - peraltro il meno rilevante - certo è stato un errore. Lo Sblocca Italia si inseriva nel solco tracciato del governo Monti, che con il documento di Strategia energetica nazionale per la prima volta dopo il referendum sul nucleare aveva tracciato delle linee di indirizzo generale per il settore, valorizzando tra l’altro le risorse di idrocarburi. Ma nonostante il governo Renzi ne avesse ribadito il carattere strategico, ha deciso di fare marcia indietro.

Uno degli argomenti più gettonati da parte dei referendari è che cercare gas e petrolio nei nostri mari distoglie risorse dalle rinnovabili, le fonti del futuro. Che ne pensa?

E’ una contrapposizione sbagliata: abbiamo bisogno delle rinnovabili, ma abbiamo anche bisogno di rafforzare le attività estrattive. La vera alternativa in realtà è tra produrre e importare: ogni barile in meno che produciamo equivale ad un barile che importiamo. In questo modo finiamo per accrescere la nostra dipendenza dai paesi esportatori, oltre che aumentare la nostra bolletta energetica.

Ha fatto bene a Renzi, dopo il referendum, a promettere di portare al 50% la quota di energia prodotta da rinnovabili?

L’Italia già oggi produce con le rinnovabili il 40% della sua elettricità. Aumentare questa quota è auspicabile, ma ciò comporta scelte precise di politica industriale. Solo nell’ultimo anno alle rinmiliardi di sussidi. E i sussidi pesano sulle bollette. Inoltre non è sorta in Italia un’industria come in Germania, anche se è fiorito un tessuto di imprese di installazione. Ma, per fare l’esempio del fotovoltaico, la gran parte dei pannelli è di importazione. Da tutto ciò si evince che rinunciare del tutto ai combustibili fossili, come vorrebbero i referendari, sarebbe assurdo. Anche perché da alcuni anni c’è un rinnovato interesse ad investire, non solo da parte delle grandi, ma anche delle piccole imprese. In Italia abbiamo le risorse più consistenti dell’Europa continentale e, per di più, negli ultimi venti anni le attività esplorative sono state azzerate. A ciò si aggiunga che la scoperta di grandi giacimenti nel Mediterraneo ha rafforzato le aspettative che anche in Italia vi sia questa possibilità.

Che idea si è fatto dell’affaire Tempa Rossa e dei problemi dell’Eni a Viggiano, culminati nel sequestro degli impianti? Seppure diverse, queste vicende rientrano in quel clima di generale avversione all’industria di cui parlava?

Non entro nelle vicende giudiziarie. Noto però che nel caso di Tempa Rossa ci sono voluti 27 anni per ottenere tutte le autorizzazioni e superare le opposizioni che si palesavano via via a livello locale: già questo la dice lunga. Quanto al centro Eni di Viggiano, la questione delle acque reflue, se siano o da considerare rifiuti speciali, verrà decisa dalla magistratura ma non mi sembra decisiva. Mi pare più interessante che i Comuni dell’area ora sono preoccupati per le conseguenze su occupazione e royalties, però erano molto attivi nel sostenere il referendum. Cosa pensa dell’operato della magistratura in questa come in altre vicende che coinvolgono spezzoni rilevanti dell’industria italiana? Indubbiamente c’è l’impressione che prevalga negli ultimi tempi una filosofia di fondo che non ricerca abbastanza il punto di equilibrio tra diritti e interessi tra loro diversi. Questo contribuisce ad alimentare una confusione che nell’opinione pubblica, del resto, è già grande.

Carlo D’Onofrio

( 16 maggio 2016 )

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