Partiamo dalle note dolenti. Nel primo trimestre 2026 la pressione fiscale è stata pari al 37,6%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il dato è dell’Istat, che precisa come il reddito disponibile delle famiglie consumatrici sia aumentato dell'1,6% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell'1,4%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie è stata pari all'8,0%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il potere d'acquisto delle famiglie è cresciuto rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.
L'Istat sottolinea inoltre che la quota di profitto delle società non finanziarie è risultata in diminuzione, dopo l'aumento registrato nell'ultimo trimestre del 2025, mentre il tasso d'investimento ha rilevato una crescita rispetto al trimestre precedente. In particolare, la quota di profitto delle società non finanziarie, pari al 42,8%, è diminuita di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, mentre il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 24,9%, è aumentato di 0,3 punti percentuali rispetto a tre mesi prima.
Dato importante, sempre nel primo trimestre 2026 l'indebitamento netto delle AP (amministrazioni pubbliche) in rapporto al Pil è stato pari al -7,8% (-8,4% nello stesso trimestre del 2025). Il nostro Istituto di statistica precisa che i saldi primari e correnti delle AP sono migliorati nel primo trimestre del 2026 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Secondo le rilevazioni inoltre il saldo primario delle AP - ovvero l'indebitamento al netto degli interessi passivi - è risultato negativo, con un'incidenza sul Pil del -4,4% (-4,7% nel primo trimestre del 2025). Il saldo corrente delle AP è stato anch'esso negativo, con un'incidenza sul Pil del -2,9% contro il -3,3% dei primi tre mesi dello scorso anno.
Da sottolineare che dopo i dati positivi dei prezzi al consumo dell’Italia, rivisti al ribasso, qualche primo timido calo dell'inflazione nel Vecchio Continente anche con Germania (2,3%) e Francia (1,8%) che registrano una frenata degli indici. Una buona notizia, certamente legata anche agli interventi che i diversi Paesi hanno messo in campo per fermare il caro-energia in seguito alla crisi nello Stretto di Hormuz che però lascia ancora perplessa la Bce la quale, dopo l'ultimo rialzo dei tassi, resta ancora vigile.
Il segnale positivo comunque è registrata anche dagli indici di Piazza Affari, chiusi in rialzo. Diversi banchieri centrali europei, che siedono negli organi di vertice della Bce, si dichiarano ancora cauti sulla frenata e sugli effetti della tregua fra Iran e Usa. In varie dichiarazioni a Sintra, dove si è svolto il forum Bce, emerge prudenza anche se i dati prelimimari di Italia, Francia e Germania indicano un miglioramento. Uno fra tutti il capo economista Philip Lane dice: "Abbiamo bisogno di vedere come questi quattro mesi di aumenti dei costi dell'energia si siano trasmessi ai prezzi alimentari e dei servizi".
La frenata dei prezzi nelle quattro principali economie, che si è riverberata su quella dell'eurozona avrà comunque un peso sulla decisione di settembre del consiglio. Un rialzo dei tassi, verso il quale spingono i 'falchi' del consiglio, quindi diviene meno certo. Per quanto riguarda l'Italia il livello resta comunque aggrappato al 3%. I prezzi a giugno non sono calati ma sono rimasti fermi consentendo un ribasso dal precedente 3,2%. Ma la situazione è ancora fragile come testimoniato anche dai prezzi alla produzione dell'industria. Insomma bene ma non benissimo e le associazioni delle imprese e dei consumatori lo segnalano in coro ricordando ad esempio le impennate di alcune voci specifiche che pesano in particolar modo sulle tasche degli italiani: una per tutte l'elettricità che viaggia con aumenti a due cifre. E anche se complessivamente rallenta la crescita del carrello della spesa è pur vero che crescono le voci che pesano sulle famiglie e sulle loro ambite vacanze.
Rodolfo Ricci
