L'economia italiana negli scorsi anni è migliorata e "ha sorpreso" per la sua "capacità di adattamento", tornando a vedere aumenti del Pil nella media dell'area dell'euro ma "la crescita si è recentemente indebolita, come in altri paesi europei e per i prossimi anni "sarà modesta". È il messaggio del governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta. Il rallentamento, avvisa, riporta "in primo piano le debolezze strutturali dell'economia italiana": "produttività che ristagna e bassa innovazione", che causano debolezza dei redditi e salari. Per Panetta l'Italia deve aumentare la spesa per istruzione e conoscenza specie quella universitaria, che genera "elevati ritorni economici e sociali", se vuole stare al passo con il cambiamento tecnologico e garantirsi una "crescita stabile" visto anche il declino demografico.
"Gli interventi possono essere attuati gradualmente, preservando una gestione prudente delle finanze pubbliche e i progressi compiuti nella riduzione del costo del debito" sottolinea, ricordando come "le risorse pubbliche destinate all'istruzione sono meno del 4% del Pil, quasi un punto in meno della media dell'Ue e il livello più basso tra le principali economie dell'area dell'euro. Metà del divario rispetto al resto della Ue riflette il minore investimento nell'istruzione universitaria". "Un adeguamento della spesa per la formazione universitaria - aggiunge Panetta - rafforzerebbe la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all'attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale".
La 'fuga' dei cervelli, evidenzia il Governatore, è un problema per l'Italia, ma lo è anche la scarsa capacità di attrarre immigrati laureati e studenti stranieri che potrebbero poi restare nel nostro paese. Panetta rileva l'esempio virtuoso dell'ateneo siciliano dove gli studenti internazionali raggiungono il 10% degli iscritti contro la media nazionale inferiore al 5% laddove in Francia e Germania sale a oltre il 10% e nel Regno Unito al 23%. "Negli anni più recenti, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all'estero - evidenzia Panetta - con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza". Perdita "non compensata dall'arrivo di giovani stranieri con un analogo livello di qualificazione". Non sono solo i bassi redditi a spingere i giovani italiani, anche quelli con istruzione superiore, a emigrare ma anche "la ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi del 30 per cento.
Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni". Inoltre i giovani preferiscono "contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine". Si tratta di una "che mobilità favorisce l'accumulazione di esperienze e arricchisce il bagaglio culturale individuale". Quando, però - avvisa - l'emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l'intera collettività". La politica fiscale di sgravi e la crescita dell'occupazione ha preservato i redditi, specie delle famiglie medio basse ma ora, "guardando avanti, la crescita dei redditi non potrà poggiare in modo permanente sulla politica fiscale", ha proseguito Panetta secondo cui "i margini di bilancio sono limitati e gli interventi pubblici possono fornire solo un sostegno temporaneo in situazioni eccezionali".
"Aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro" esorta il banchiere centrale.
"Dal 2021, gli sgravi fiscali - soprattutto a favore dei redditi medio-bassi - hanno aumentato le retribuzioni nette di 5 punti percentuali riducendo la perdita in termini reali" dal 2019 da 8 a 3 punti.
Rodolfo Ricci
