Il reddito medio annuo delle famiglie italiane cresce a 39.501 euro, in aumento del 5,3% in termini nominali e del 4,1% in termini reali rispetto all'anno precedente. Secondo l'Istat, si tratta di un recupero dopo due anni consecutivi di contrazione, favorito da una dinamica dei redditi superiore all'inflazione. La crescita interessa tutte le aree del Paese, con un incremento più marcato nel Nord-est (+5,2% in termini reali) e aumenti più contenuti nel Nord-ovest (+2,7%). Nonostante il miglioramento, i livelli restano inferiori a quelli precedenti alla crisi finanziaria: in termini reali, il reddito medio familiare è ancora più basso del 4,9% rispetto al 2007. La distribuzione dei redditi mostra segnali di minore disuguaglianza. Il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero scende a 5,1 da 5,5 del 2023, indicando una riduzione del divario. Il reddito mediano si attesta a 31.704 euro annui, pari a circa 2.642 euro al mese, in crescita del 5,5% nominale. Tra le componenti, aumentano i redditi da lavoro dipendente (+3,8%), quelli da lavoro autonomo (+2,6%) e soprattutto pensioni e trasferimenti pubblici (+4,4%). Persistono differenze territoriali e tra tipologie familiari: i livelli più elevati si registrano nel Nord-est, mentre nel Mezzogiorno i redditi restano significativamente più bassi. Le coppie con figli presentano i valori mediani più alti, mentre le famiglie monogenitoriali e gli anziani soli si collocano su livelli inferiori. Nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale resta più elevato per alcune tipologie familiari e gruppi di popolazione, nonostante il miglioramento complessivo dell'indicatore. L’incidenza raggiunge il 31,6% tra i monogenitori e il 30,6% tra le coppie con tre o più figli, livelli significativamente superiori alla media nazionale del 22,6%. Valori elevati si registrano anche tra le persone sole, sia sotto sia sopra i 65 anni. Il divario è particolarmente marcato per cittadinanza: tra gli individui che vivono in famiglie con almeno uno straniero il rischio di povertà o esclusione sociale sale al 41,5%, in aumento rispetto all'anno precedente. Al contrario, per le famiglie composte esclusivamente da italiani l'indicatore scende al 20,1%.Le differenze si confermano anche in base alla composizione familiare: per le coppie senza figli il rischio è più contenuto, mentre cresce al crescere del numero di figli e in presenza di un solo percettore di reddito. I dati evidenziano come, accanto alla riduzione complessiva dell'indicatore, persistano condizioni di maggiore fragilità economica legate alla struttura familiare e alla cittadinanza.
Un occupato su dieci in Italia è a rischio di povertà lavorativa. L'indicatore si attesta al 10,2%, sostanzialmente stabile rispetto al 10,3% del 2024. Il dato riguarda gli individui tra i 18 e i 64 anni che, pur avendo lavorato per più della metà dell'anno, vivono in famiglie con redditi inferiori alla soglia di povertà. Il rischio è più elevato tra gli uomini (11,7%) rispetto alle donne (8,2%), anche se queste ultime presentano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito, spesso compensato dalla presenza di altri percettori nel nucleo familiare. Permane un forte divario per cittadinanza: tra gli stranieri il rischio di povertà lavorativa raggiunge il 25,9%, contro l'8,3% degli italiani. La condizione è strettamente legata alla struttura familiare. Il rischio sale al 13,3% tra le persone sole e al 16,7% per le coppie con tre o più figli, mentre scende al 4,2% tra le coppie senza figli. Nei nuclei con un solo percettore di reddito l'incidenza arriva al 20,4%, per ridursi al 5,7% quando i percettori sono almeno tre. I dati confermano come la partecipazione al lavoro non sia sempre sufficiente a garantire condizioni economiche adeguate, soprattutto in presenza di redditi bassi o di carichi familiari elevati.
Giampiero Guadagni
