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Istat

Contratti, 7,8 milioni di lavoratori ancora in attesa di rinnovo

Salari avanti adagio. Nel mese di febbraio l’indice Istat delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,8% nei confronti di febbraio 2015. Il mese precedente, con una crescita dello 0,7% sull’anno, l’indice aveva segnato il livello più basso mai registrato in oltre 30 anni di serie storiche, iniziate nel 1983. Un dato che non può sorprendere vista la stagnazione che affligge la nostra economia. Con riferimento ai principali macrosettori, a febbraio le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dello 0,9% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione a causa del blocco della contrattazione. I settori che presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: tessili, abbigliamento e lavorazione pelli (2,5%); energia elettrica e gas, commercio (entrambi 1,9%). Si registrano variazioni nulle nei settori della metalmeccanica, delle telecomunicazioni, del credito e assicurazioni e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Tra i contratti monitorati dall’indagine, a febbraio sono stati recepiti due nuovi accordi (alimentari, bevande e tabacco; servizi portuali) mentre nessuno è venuto a scadenza.

I contratti collettivi di lavoro in attesa di rinnovo sono 46 e sono relativi a circa 7,8 milioni di dipendenti. In particolare nel pubblico impiego ci sono 15 contratti scaduti per circa 2,9 milioni di lavoratori a causa del blocco della contrattazione. La quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 60,5% nel totale dell’economia e del 49% nel settore privato. L’attesa per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 38,1 mesi per l’insieme dell’economia, in diminuzione rispetto allo stesso mese del 2015 (38,3), e di 16,7 mesi per quelli del settore privato.

Alla fine di febbraio 2016 sono in vigore 29 contratti che regolano il trattamento economico di circa 5,1 milioni di dipendenti che rappresentano il 37,5% del monte retributivo complessivo. Nel settore privato l’incidenza è pari al 51,4%.

( 23 marzo 2016 )

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