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Due filoni d'indagine

Le inchieste sul petrolio che hanno messo a soqquadro la Val d’Agri

Sono due i filoni d'inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza che hanno messo a soqquadro il settore petrolifero in Basilicata, fino a lambire il governo nazionale. La prima riguarda un presunto smaltimento illecito dei reflui derivanti dalla lavorazione del petrolio nel centro olio di Viggiano. Tra le ipotesi al vaglio della magistratura anche quella dello sforamento dei limiti delle emissioni in atmosfera dello stesso centro olio. Nelle maglie del filone Eni sono finite 37 persone. Tra questi 6 dipendenti Eni, due ex direttori dell'Arpab - l'agenzia regionale di protezione ambientale - e un funzionario della Regione Basilicata per il quale è stato disposto il divieto di dimora a Potenza. Nelle ordinanze che hanno portato all'arresto di cinque persone - tutti dipendenti Eni - i magistrati tratteggiano un quadro in cui i dirigenti posti agli arresti domiciliari “erano consapevoli dei problemi emissivi” del centro olio e hanno perciò cercato di “ridurre il numero di comunicazioni sugli sforamenti invece di incidere direttamente sulla causa del malfunzionamento o dell'evento” con l'obiettivo di “non allarmare gli enti di controllo”. L'accusa più pesante gira intorno alle procedure di smaltimento dei rifiuti pericolosi che - secondo l'ipotesi investigativa della Procura - venivano in modo “arbitrario e illecito” classificati come non pericolosi, pratica che secondo gli inquirenti risultava “notevolmente più economica”, tanto da far dire al procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, che “per risparmiare denaro ci si riduce ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini”. La procura ha disposto il sequestro di due vasche del centro olio, dell'impianto di trattamento dei reflui di Tecnoparco, a Pisticci, e del pozzo Costa Molina 2, a Montemurro, utilizzato dall'Eni per la reiniezione delle acque reflue. L'Eni si difende sostenendo di aver seguito le best practice internazionali e ha chiesto il dissequestro degli impianti, disponendo nel frattempo il fermo tecnico di tutto il centro olio e l'avvio delle procedure di cassa integrazione per circa 300 dipendenti, procedura al momentocongelata in attesa del responso della Cassazione sulla richiesta di dissequestro delle vasche. Il secondo filone della maxi inchiesta sul petrolio lucano ruota intorno al progetto Tempa Rossa, della multinazionale francese Total, già al centro di una vicenda giudiziaria nel 2008. Due le figure chiave del filone Total: l'ex sindaca di Corleto Perticara, Rosaria Vicino, finita ai domiciliari con l'accusa di aver messo in atto - insieme al vicesindaco Giovanbattista Genovese - “plurime condotte di concussione e di corruzione, con cui finivano col condizionare il rilascio delle necessarie autorizzazioni, richieste da imprese del settore petrolifero, all'assunzione di lavoratori e di manodopera, individuati secondo logiche di totale clientelismo che finivano col danneggiare l'equa distribuzione delle offerte di lavoro”. L'altro personaggio chiave è Gianluca Gemelli, imprenditore e compagno dell'ex ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, costretta alle dimissioni proprio a causa dell'inchiesta. L'accusa per Gemelli sarebbe di traffico di influenze illecite per aver sfruttato la relazione con il ministro Guidi con l'obiettivo di accreditarsi per “partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa”.



Luigi Cannella

 

( 16 maggio 2016 )

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