Martedì 21 novembre 2017, ore 11:24

Quotidiano di informazione socio‑economica

Reportage

Viaggio nella terra dei pozzi

Potenza (dal nostro inviato ) - Più plumbeo del cielo lucano che mi ha accolto ai primi di maggio, ho trovato solo l'umore dei lavoratori del centro oli dì Viggiano dopo il blocco delle attività deciso dall'Eni a seguito del sequestro di due vasche e del pozzo di reiniezione Costa Molina 2 disposto dalla procura di Potenza. Un braccio di ferro tra il colosso petrolifero e la magistratura che intanto sta determinando l'incertezza sul futuro occupazionale di quasi tremila lavoratori tra diretti e indotto. E non tutti coperti da ammortizzatori sociali: un possibile disastro per un territorio in cui tutto o quasi ruota attorno alle estrazioni petrolifere, con buona pace del fagiolo di Sarconi e del pecorino di Moliterno. Non è dunque un caso se qui in Val d'Agri, contrariamente al resto della regione, il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum, fermandosi parecchio al di sotto del 40 per cento. Ma le istituzioni locali, qui come altrove, hanno poco da rallegrarsi: il mite popolo lucano è arrabbiato e ogni qualvolta ne ha occasione lo dimostra, vuoi con il risultato referendario vuoi con la marcia per il lavoro organizzata dai sindacati che lo scorso 9 aprile ha portato in piazza 10mila persone. Caso più unico che raro in una regione che ormai non raggiunge neppure i 600mila abitanti, e anche in considerazione della crisi che le stesse organizzazioni di rappresentanza riconoscono di attraversare. "È stato come se avessimo riempito Piazza San Giovanni a Roma" esemplifica Nino Falotico, segretario generale della Cisl lucana.




Le aspettative tradite

 

Il più arrabbiato di tutti lo chiameremo Antonio, perché il suo vero nome ha preferito tacerlo. L'ho incontrato a Villa d'Agri, proprio nel cuore del Texas italiano: sei agenzie bancarie per poco meno di 6mila abitanti. Qui però, contrariamente al resto della regione, il tasso demografico è in crescita. Si fanno più bambini, ma c'è anche qualche anziano che si lamenta di come, con l'arrivo dei "forestieri" al seguito delle multinazionali del petrolio, diversi matrimoni siano saltati per aria facendo lievitare anche il numero dei divorzi. "E pure questo è un indice di vitalità sociale, no?", ironizza il sindaco di Marsicovetere (nel cui territorio ricade anche Villa d’Agri), Sergio Cantiani. Ma Antonio non ha alcuna voglia di scherzare. Da un anno è disoccupato. In passato aveva lavorato alla costruzione dell’oleodotto per un’azienda degli appalti. Poi, quando il contratto d’assunzione a termine avrebbe dovuto diventare un contratto a tempo indeterminato, è stato licenziato. ”Al referendum sulle trivelle ho votato sì, perché il petrolio ha portato ricchezza solo a quelli che hanno gli appartamenti. La gente del posto che è stata assunta al Cova è solo una minima parte, e quasi tutta raccomandata. Ma la maggior parte dei dipendenti vengono da fuori, mentre la manovalanza locale è sempre meno”. Antonio dice di non avercela con l’Eni, ma con la politica, “che è asservita all’Eni”. “Ieri sera (il 2 maggio, quando Renzi era a Matera per firmare il masterplan della Basilicata, ndr) l’ha sentita l’intervista del premier?”, mi chiede. E senza aspettarsi una risposta prosegue: “Dice che qui la vita è cambiata, ma non è vero. Il petrolio avrebbe dovuto dare lavoro stabile. E invece con le royalties sono state fatte opere che non hanno portato vero sviluppo. Serviva una strada ferratta, il raddoppio della statale, lo sbocco dell’autostrada: così sarebbero arrivate altre imprese. E invece cosa abbiamo fatto? Abbiamo chiuso il reparto di ginecologia dell’ospedale. Ma come? Con un centro oli a pochi chilometri, noi andiamo a ridimensionare l’ospedale? Questa terra è stata depredata. Il mio nemico oggi è lo Stato che abbandona i cittadini”. Antonio è un fiume in piena e Valentino Morello, responsabile territoriale della Filca Cisl, prova a stemperare i toni: “Quando sono arrivate le multinazionali del petrolio si era creata una grande aspettativa nella popolazione locale, che per molti è andata delusa. Soprattutto nel settore delle costruzioni, dove ormai il grosso dei lavori è completato. La stessa cosa ora rischia di accadere a Tempa Rossa, nel cantiere della Total. Io - sottolinea Morello - mi auguro che quanto accaduto qui a Viggiano sia d'esempio, perché non si ripetano gli stessi errori".




Il cantiere di Tempa Rossa

 

In effetti Viggiano e Tempa Rossa sono vicende giudiziarie molto diverse. Nel primo caso il nodo risiede nello smaltimento dei reflui dell'impianto, nel secondo caso l'indagine ha portato alla luce l'ennesimo giro di furbetti legati da interessi economici e agganci politici sul territorio e a livello nazionale. Nel primo caso, la conseguenza è stato il blocco dell'impianto. Nel secondo, l'impianto è ancora in costruzione e i lavori stanno andando avanti. Per i sindacalisti, però, svolgere la loro attività non è semplice neppure lì. "Non riusciamo ad avere un contatto diretto con la Total - dice Morello - ed essendo quello di Tempa Rossa un cantiere privato siamo nella condizione di non poter entrare per svolgere la nostra attività. Ovviamente - aggiunge - i lavoratori Ii incontriamo lo stesso, ciascuno secondo le proprie possibilità. Io li incontro nei punti di ristoro o nella sede della Cisl a Corleto". Morello conferma ciò di cui molti lucani si lamentano e che la stessa Total attesta sul suo sito: tra le ditte appaltatrici e subappaltatrici di Total attive nel cantiere di Tempa Rossa la maggior parte dei lavoratori viene da fuori regione. "Io personalmente - racconta Morello - ho avuto modo di contattare lavoratori albanesi che sono dipendenti di un'impresa di Brescia". Sono al contrario per lo più lucani i dipendenti della Total, che però - sostengono i sindacati - hanno la consegna del silenzio. Chi parla è Michele La Torre, segretario generale della Filca Cisl lucana. "I primi tempi - dice, riferendosi ai responsabili del colosso francese - sembrava che fossero particolarmente rigidi su alcuni protocolli per la sicurezza, poi ci siamo resi conto che le cose non stanno proprio così. Ci siamo resi conto, ad esempio, che ci sono dei lavoratori del settore edile che operano all'interno del cantiere svolgendo un'attività riconducibile a quella dell'edilizia e ai quali viene applicato invece il contratto dei metalmeccanici o quello dei trasporti. Più volte abbiamo chiesto di conoscere l'elenco delle imprese operanti nel cantiere e ci sono stati forniti dei file che conservo ancora. Era un'enormità di dati ma mi sono preso la briga di andarli a spulciare uno per uno, e mi sono reso conto che c'erano delle imprese che denunciavano un certo numero di lavoratori presenti sul cantiere, quando a nostra conoscenza quell'impresa sul cantiere non c'era più. Cioè, ci venivano forniti dei dati che non erano più attuali".




Il fallimento di una classe politica

 

Il problema vero però, sostiene La Torre, non sono le multinazionali del petrolio. "La iattura - dice - è che il petrolio s'è trovato in Basilicata, mentre altrove la base di partenza per una contrattazione sarebbe stata diversa". Il sindacalista punta il dito soprattutto contro la classe politica lucana, rivelatasi non all'altezza di gestire quella fortuna, individuando la giusta destinazione delle royalties che, si legge sul sito dell'Eni, tra il 1998 e il 2014 hanno fruttato alla Basilicata oltre 1.350 milioni di euro, cui si sommano circa 290 milioni destinati al Fondo idrocarburi, per un totale di 1.640 milioni di euro. "La decisione dei bonus carburanti, ad esempio - osserva il segretario generale della Filca lucana - la reputo una scelta scellerata, in un contesto in cui le infrastrutture sono ferme a 30 anni fa ed i giovani sono costretti ad andarsene". Un nodo, quello dell'uso delle royalties, che torna in tutti i discorsi. Anche Nino Falotico lo ha sottolineato, spiegandomi che ci sono le royalties che devono ancora arrivare in base al petrolio che si estrarrà, ma ci sono anche quelle che sono state già acquisite, pari a 143 milioni di euro già maturati, che per una serie di farraginosità burocratiche (prima dei due ministeri Mef e Mise e adesso nel percorso di validazione dei pareri espressi dagli stessi ministeri da parte della Corte dei Conti) non sono ancora stati sbloccati. "Soldi già destinati, dal momento che c'è un piano che rappresenta una delle poche cose positive che siamo riusciti ad ottenere dalla Regione Basilicata", sottolinea Falotico. "In pratica - spiega - abbiamo ottenuto di destinare una parte di queste risorse per un intervento sociale e una parte per sostenere le piccole e medie imprese. In particolare abbiamo ottenuto l'istituzione di un reddito minimo di inserimento (parliamo di 550 euro al mese), e non di una misura assistenziale". Non un vero e proprio posto di lavoro ma un accompagnamento per chi ha esaurito l'ultimo ammortizzatore utile. "Non è il porto ma un aiuto per attraversare la nottata", precisa il sindacalista, aggiungendo che "il porto è il lavoro". Per questo Cgil, Cisl e Uil da molti mesi chiedono l'apertura di un confronto vero al Presidente della Regione Marcello Pittella, impegno preso con la proposta del Piano per il Lavoro, da discutere, promuovere, emendare: 60 pagine presentate alla Regione Basilicata che oltre al reddito minimo di inserimento punta molto sul welfare, sul turismo, sull'agroindustria e sulla tutela dell'ambiente. "Petrolio permettendo", osservo. Ma Falotico frena: "Siamo di fronte ad un'indagine appena aperta, un'indagine che ancora non mette in capo a nessuno il reato di disastro ambientale. Peraltro, la zona sottoposta ad eventuali rischi ambientali è un'area molto circoscritta. Un'area per la quale tre anni fa, per la prima volta, Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto un accordo con la Regione e l'Eni che, contrariamente a quanto avvenuto a suo tempo per l'Ilva, prevede una serie di elementi protettivi. Ovviamente non è tutto", aggiunge il numero uno della Cisl lucana. "Noi da 15 anni stiamo sostenendo che la Regione Basilicata avrebbe dovuto costituire un dipartimento energia di alte professionalità che potesse avere una precisa conoscenza di quando stava accadendo o poteva accadere, mettendo una netta separazione tra controllori e controllati". Falotico ricorda infatti come per un certo periodo le centraline di monitoraggio ambientale in Val d'Agri fossero in qualche modo controllate dalla stessa Eni. "Ora non è più così - spiega - ma resta un grande deficit nei controlli affidati all'Arpab . Per cui oggi noi diciamo: paghi chi ha sbagliato. Dal punto di vista penale - aggiunge - sarà la magistratura a dirlo. Ma chi ha sbagliato dal punto di vista politico, non dobbiamo aspettare che sia la magistratura a dirlo. Su chi doveva deliberare, chi doveva mettere i paletti, chi doveva controllare prima, durante e oggi, il giudizio politico pesa già oggi". Quanto all'indagine, "la Cisl - sottolinea il sindacalista - sostiene tutto il lavoro della magistratura e allo stesso tempo auspica che acceleri al massimo quello che sta facendo per evitare che oltre tremila famiglie possano avere il groppo in gola non sapendo se potranno contare su un futuro lavorativo o meno".




Tremila posti a rischio

 

Tra le famiglie che ora temono per il loro futuro c'è quella di Vincenzo Giordano, con due figli adolescenti e moglie a carico. E' dipendente delle Officine Dandrea, impresa che si occupa di carpenteria, silos, grandi strutture a Viggiano, una delle tante aziende dell'indotto colpita dal blocco del Cova. Vincenzo lavora nello stabilimento dell'Eni da 16 anni, avendo già subito più di un passaggio tra un'impresa e l'altra. Attualmente - spiega - i lavoratori della Dandrea impiegati nella commessa dell'Eni sono una trentina e per loro è prevista la cassaintegrazione a turno per 13 settimane, per ora. "Abbiamo sempre chiesto che ci venisse riconosciuta l'indennità di rischio che hanno i dipendenti dell'Eni, - sottolinea - ma non ci è mai stata riconosciuta, così come non ci è mai stata accordata l'equiparazione salariale che pure avevamo chiesto. In pratica, ci sono operai di serie A e operai di serie B. Noi siamo operai di serie B". Gli chiedo quanto guadagna e mi spiega che attualmente è un quinto livello metalmeccanico (paga base al di sotto dei 1.800 euro) ma con la cassaintegrazione non arriverà a 900 euro. E la partita rischia di non sbloccarsi prima di settembre, per cui Vincenzo ha già messo in conto di tirare fuori dall'armadio la sua valigia da emigrante e partire. "La cassaintegrazione è un licenziamento posticipato", dice. E mi racconta che lui in giro per l'Italia a lavorare c'era già stato quando, dopo essere stato impiegato nella costruzione del Cova, era rimasto disoccupato. Ma con una famiglia sulle spalle è tutta un'altra cosa. "Del resto, qui è un mortorio", dice Salvatore Troiano segretario della Fim lucana e responsabile sindacale per le zone di Potenza, Tito e Val d’Agri. In effetti, una volta spenta la fiaccola del centro oli, di acceso ci sono rimasti solo il tettuccio rosso del gazebo di Fim, Fiom e Uilm e gli animi dei lavoratori in presidio permanente. Ai sindacati l'Eni ha spiegato che fino ad agosto non dovrebbe cambiare nulla, almeno fino a quando il pozzo di reiniezione e le due vasche resteranno sotto sequestro. Il colosso petrolifero, infatti, sostiene di non essere in grado di operare diversamente. "Al momento - evidenzia Troiano - c'è una flessione tra il 25 ed il 30 per cento degli addetti, coperta dalla cig. Una percentuale che però è destinata a salire fino al 100 per cento, quando tutti i dipendenti delle aziende di manutenzione saranno tutti fuori. Un momento clou che potrebbe raggiungersi a luglio. Ma già oggi, le piccole aziende in subappalto con lavoratori a termine o interinali, hanno cominciato a mettere in strada le persone. Qualcosa bisognerà fare - aggiunge il responabile della Fim - perché da quelle parti o c'è il centro oli o, dal punto di vista industriale, c'è il nulla". A questo punto per Troiano la riflessione si impone anche alla luce del risultato referendario del 17 aprile. "Il voto ci ha detto che la Basilicata non vuole essere una regione industriale, perché se non ci può stare il petrolio - estremizza Troiano - allora, non ci può stare neanche la Fiat. Vuol dire che dobbiamo tornare a fare la pastorizia perché il nostro territorio ha questa caratteristica". La responsabilità anche per Troiano risiede nella politica che, spiega: "Non ha fatto la propria parte, soprattutto nel controllo del territorio". A duecento metri dal presidio di Fim, Fiom e Uilm c'è l'ingresso del centro oli e il gazebo delle sigle sindacali dei dipendenti dell'Eni. Lì incontro Massimiliano Mincuzzi, delegato della Femca Cisl al Cova di Viggiano. Per lui come per i suoi colleghi (l'Eni qui ha 274 dipendenti diretti, gli altri, in distacco, sono stati rimandati nelle sedi di provenienza) la richiesta di cassaintegrazione è stata sospesa per poi rivederla più avanti, quando ci sarà la sentenza della Cassazione (l'udienza è stata fissata il 4 agosto) sul ricorso presentato dall'Eni per il dissequestro degli impianti. Se la Cassazione darà ragione all'Eni la cassaintegrazione per loro dovrebbe essere scongiurata. Se invece il ricorso sarà bocciato, azienda e sindacati dovranno rimettersi al tavolo per concordare le misure da mettere in atto. "In quel caso - ammette Mincuzzi - non sarà un problema di facile gestione".




Chi pagherà il conto?

 

Sullo sfondo resta la domanda di come sia stato possibile arrivare fino a questo punto, dal momento che il lavoro degli inquirenti era noto fin dal 2014. Per il delegato della Femca Cisl "nessuno si sarebbe mai aspettato che quest'impianto potesse essere chiuso". E aggiunge di aver sempre lavorato nel massimo della tranquillità, abitando a non più di 10 chilometri dal centro oli, con moglie e due bimbe piccole (una di un mese e mezzo e una di 20 mesi). Per la popolazione locale, che non conosce esattamente come funzioni l'impianto, le fiammate possono aver destato allarme. Ma per Mincuzzi rischi non ce ne sono mai stati. Le vere ragioni di preoccupazione, semmai sono altre. Il centro oli quando è stato bloccato produceva 75mila barili di petrolio al giorno e 4 milioni e mezzo di smc di gas. Meno dei 105mila barili al giorno che rappresentano la capacità massima dell'impianto, quando tutti i pozzi saranno realizzati. Alle quotazioni attuali del petrolio, neppure all'Eni conviene premere sull'acceleratore. Ma intanto quanto costa il fermo dell'impianto? Dati alla mano per un costo medio di 45 dollari al barile di petrolio e calcolando anche l'equivalente per il gas saremmo intorno ai 4 milioni di dollari giornalieri, senza contare le spese per il personale e di manutenzione straordinaria degli impianti. Ben che vada il Cova resterà fermo per altri 3 mesi. "E se la Cassazione dovesse dare torto all'Eni - avverte Nino Falotico - ci saremmo imbucati in una brutta storia da cui nessuno ha chiaro come uscirne. Noi rispettiamo tutti ma chi ci va di mezzo sono i lavoratori. E noi abbiamo già messo in guardia il prefetto sul rischio di un grande problema economico e di ordine pubblico". Ma anche nell'eventualità che l'Eni in tribunale dovesse avere ragione, chi pagherà i danni? Guardo il delegato della Femca Cisl, che sorride. "E chi lo sa? Non penso che possano chiedere il conto ai magistrati, che giustamente fanno il loro lavoro. Se ci sono delle colpe, ne risponderà chi ha sbagliato. Quanto a chi paga, - chiosa - probabilmente lo stiamo già pagando tutti quanti". Ecco perché alla fine tutti qui sono convinti che a Viggiano finirà come a Taranto: con un decreto "Salva Cova".



Ester Crea


 

( 16 maggio 2016 )

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