Martedì 16 luglio 2024, ore 8:31

Ungheria 

Orban all’attacco, mina vagante nel semestre di presidenza Ue 

Pace, stop alla migrazione, nessun supporto militare all'Ucraina, pochissimi margini di manovra per la Commissione Ue. Le priorità della presidenza ungherese dell' Ue sono semplici, dirette e hanno un solo obiettivo: stravolgere lo status quo comunitario nell'attesa che, a novembre, Donald Trump torni al potere negli Usa. "La nostra presidenza lascerà il segno e Viktor Orban ne darà una interpretazione politica", è il titolo che Zoltan Kovacs, uomo macchina del racconto sovranista magiaro, ha fornito ai media europei in visita a Budapest per lo start del semestre ungherese. Le sue parole non lasciano spazio al compromesso e sembrano lo specchio del pronti e via che Orban ha impresso alla presidenza. Recandosi a Kiev per la prima volta dall'inizio del conflitto.

E subito a Mosca, infliggendo un colpo ferale al potere negoziale di Bruxelles. Tutto è fuori dall'ordinario, nell'agenda orbaniana. Nei primi giorni della presidenza di turno di un Paese membro è la Commissione, solitamente, a far visita al governo in carica. Ad arrivare a Budapest, questa volta, sono stati solo i giornalisti. "Problemi di agenda", ha spiegato Kovacs, senza rivelare l'ennesimo coupe de theatre: l'arrivo al Cremlino, previsto per la giornata di ieri. "La pace è il punto numero uno delle nostre priorità. Orban vuole essere un facilitatore", ha spiegato Kovacs. Pace, fino a un certo punto, visto che ai cronisti brussellesi viene fatto visitare uno scintillante Centro della cultura militare, sulle rive del Danubio.

Del resto, la strategia di Orban è questa da tempo: giocare su più tavoli, fare a volte il contrario di quello che viene scandito dai palchi elettorali ungheresi, a patto che sia lontano dai riflettori. Come il voto favorevole - e mai preannunciato - dato al socialista Antonio Costa alla guida del Consiglio europeo. Il tempo gioca a favore di Orban, che si appresta a guidare la presidenza di turno in un momento di estrema transizione a Bruxelles. Dove le porte girevoli dei commissari e i negoziati tra i 27 e tra i gruppi politici stanno inevitabilmente minando l'incisività di Palazzo Berlymont. Sul Ponte delle Catene splende il sole di luglio. A Bruxelles si preannuncia ancora una volta tempesta. "L'iniziativa politica deve essere nelle mani degli Stati membri, la Commissione non deve essere politica", ha sottolineato il ministro per gli Affari Ue Janos Boka. Più tavoli, si diceva. Uno di questi è l'Eurocamera. Lunedì Orban potrebbe ufficializzare la nascita del gruppo dei Patrioti. Ci saranno i cechi di Babis, i portoghesi di Chega, gli austriaci dell'Fpo. A completare il quadro, probabilmente, i fiamminghi del Vlaams Belang, i sovranisti danesi e quelli estoni. Il gruppo Id rischia di essere svuotato. Ma fino a domenica sera, nessuna decisione sarà presa, neppure dalla Lega: tutti attendono le mosse post-ballottaggi di Marine Le Pen, che di Id è la principale azionista.

Ma i Patrioti di Orban, con o senza la struttura di Id a supporto, ci saranno. "Ci saranno ricadute sulla redistribuzione dei posti all'Eurocamera", è l'avvertimento di Boka. Ma difficilmente il cordone sanitario issato dai partiti filo-Ue potrà calare di fronte agli orbaniani. Bruxelles attenderà la fine del semestre come in una lunga apnea. Ma dal primo gennaio, con la Polonia alla guida del semestre, potrà tornare a respirare. A Bruxelles, si perde tempo. I verdi da un lato, Giorgia Meloni dall'altro, con in mezzo Forza Italia a trainare il Ppe verso la premier italiana.

A Cascais, scelta come sede degli study days dei Popolari, Ursula von der Leyen si è ritrovata ancora una volta dinnanzi all'ennesimo bivio. E questa volta, lontano da Bruxelles, la presidente uscente ha scelto di fare un passo di lato rispetto all'alleanza con i Greens provando a sigillare, almeno, i voti degli eurodeputati più conservatori del Ppe. In un incontro con la delegazione di FI, infatti, von der Leyen ha sottolineato che intende spacchettare le deleghe al Green deal, facendo tramontare l'idea più cara agli ecologisti, quella di un supercommissario alla transizione. La settimana prossima, per von der Leyen, saranno i giorni della verità. La presidente della Commissione designata vedrà uno ad uno i gruppi della maggioranza filo- Ue e tornerà anche a incontrare i Verdi. Saranno giorni di negoziati a 360 gradi: sui temi della prossima Commissione, sulle deleghe da affidare ai singoli governi nell'esecutivo europeo, sui ruoli apicali dello stesso Parlamento Ue.

Rodolfo Ricci

( 5 luglio 2024 )

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