Giovedì 26 marzo 2026, ore 20:49

Verso il Primo Maggio 

Cei: il lavoro non deve perdere la vocazione alla pace 

Il lavoro ”non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo gli aratri in lance. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno”. Così la Conferenza episcopale italiana nel Messaggio per la Festa dei Lavoratori dal titolo ”Il lavoro e l'edificazione della pace”. Il testo richiama le parole di Leone XIV ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede: ”La guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Il pericolo è che ci si sogni, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale”. I vescovi denunciano la logica del riarmo e chiedono ”una coraggiosa riconversione dal militare al civile”, citando il vescovo Tonino Bello: ”Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita”. Il lavoro ”soffre di problemi che si aggiungono ad altri”. Il messaggio sottolinea allora anche la preoccupazione per l’aumento dei prezzi dell’energia, “che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, su quello delle aziende”.
I vescovi italiani sottolineano che ”l'essenza del lavoro umano è quella di un'azione collettiva generativa. Le persone, autentico soggetto del lavoro attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell'umanità. E' una forma di amore civile”. E ancora: ”Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona e in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa grammatica della società”.
Aggiunge la Cei: ”In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l'attività umana oggi si trova”. Ancora oggi ”l'intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l'azione collettiva per la pace e quella per la guerra c'è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l'ambiente, invece l'economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare”. In questa stagione storica ”molti si stanno di nuovo esercitando nel mestiere della guerra, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Lo spirito dei tempi è cambiato, ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant'anni di pace che l'Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo”. La pace in Europa ”è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l'economia e con il lavoro”. Quindi occorre ”l'urgenza di orientare ogni attività umana alla pace”. La Cei ribadisce la necessità di ”rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all'esportazione di manufatti bellici, anche indirettamente, tramite triangolazioni, verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani": Occorre quindi vigliare affinché ”la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell'industria militare, contribuiscono all'economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l'impegno militare da parte dei governi”.
In questo scenario ”c’è una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”.
Giampiero Guadagni

( 26 marzo 2026 )

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