Mercoledì 4 febbraio 2026, ore 1:52

Economia 

L’euro forte spinge la Bce a rivedere le scelte sui tassi 

La Bce sta osservando con attenzione l'apprezzamento dell'euro e le sue possibili conseguenze in termini di minore inflazione. Lo ha scritto anche sui sui social il governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau, spiegando che si tratta di uno dei fattori che guideranno la politica monetaria "e le nostre decisioni sui tassi d'interesse nei prossimi mesi". L'inflazione dell'area euro a gennaio è scesa all'1,9%, poco sotto il target del 2%, sollevando fra alcuni membri della Bce la domanda se i tassi al livello neutrale del 2% siano ancora adeguati. In ogni caso il 2026 inizia con un bel grattacapo per la Banca centrale europea, chiamata tra una settimana a decidere sui tassi di interesse per la prima volta in questo nuovo anno. Christine Lagarde ci aveva congedati a dicembre con la stessa frase che ormai ripete da board in board: "Le decisioni future saranno basate sui dati".

Finita l’era della "forward guidance" di draghiana memoria, l’istituto non si vincola ad attenersi ad alcun percorso precostituito. E i dati segnalano un euro forte contro il dollaro, al punto che il tasso di cambio è salito ai livelli più alti dal 2021, sfondando la soglia di 1,20.Un euro forte aiuta il processo di disinflazione dell’economia nell’Eurozona a cui punta la Bce. L’apprezzamento del cambio consente alle nostre imprese di importare prodotti e servizi dall’estero a costi più bassi. Questa è una faccia della medaglia. Il suo rovescio riguarda il possibile calo delle esportazioni: le nostre merci fuori dall’area costano di più. Un problema per economie esportatrici come Germania e Italia. La stessa Eurozona nel complesso chiuse il 2024 con un avanzo commerciale pari all’1,2% del Pil. Fosse solo questo, sarebbe un fatto fisiologico. Considerate che il cambio euro-dollaro sfiorava 1,60 nel 2007 e ancora 1,40 nel 2014. Nel 2022 sarebbe sceso ai minimi dal 2002, cioè sotto la parità e a 0,96. Più che di euro forte in senso assoluto, dovremmo parlare di lento ritorno verso la normalità.

Tra crisi dei debiti sovrani, pandemia e guerra la moneta unica ha perso molto appeal sui mercati internazionali. Anziché affiancare il dollaro come valuta di riserva mondiale - questa l’ambizione dei primi anni Duemila - la sua quota nelle riserve valutarie è rimasta pressoché identica a quella di inizi anni Novanta, quando gli stati aderenti all’unione monetaria erano 12 contro i 21 attuali.Il guaio per l’Eurotower è che il rafforzamento dell’euro arriva dopo l’aumento dei dazi americani sulle merci europee. La tariffa generale è salita al 15%, rendendo più di tre volte più care le nostre esportazioni negli Stati Uniti. E trattasi del principale mercato di sbocco per le merci comunitarie. L’euro forte si palesa come un secondo dazio e fa temere un cedimento dell’economia continentale dopo la straordinaria resilienza mostrata lo scorso anno.

Anche se il deficit commerciale statunitense di beni e servizi è risalito a 56,8 miliardi di dollari a novembre, con un aumento del 95% rispetto al mese precedente, a causa delle forti fluttuazioni commerciali provocate dai dazi imposti dal presidente Trump, come ha scritto il New York Times citando i dati del Dipartimento del Commercio pubblicati ieri.
E nel frattempo stanno avvenendo cose interessanti sul mercato dell’energia: il Brent ci costa a gennaio in media tra il 18% e il 19% in meno (in dollari) rispetto ad un anno fa. Il gas alla Borsa di Amsterdam è sceso su base annua di circa il 30%.

Con un cambio euro-dollaro schizzato del 15% in un anno, stiamo assistendo a un crollo tendenziale del costo effettivo dell’energia nell’ordine del 30%. Ciò contribuisce alla disinflazione, è un’ottima notizia per i consumatori dopo anni di bollette salate, ma dal punto di vista della Bce accresce il rischio di inflazione "subdue", troppo bassa. Quasi certamente, il 5 febbraio non ci sarà alcun annuncio sui tassi di interesse. E se la Federal Reserve mostrasse di cedere alle pressioni della Casa Bianca tagliando i tassi, il dollaro continuerebbe a deprezzarsi e l’euro diventerebbe ancora più forte.

Rodolfo Ricci

( 30 gennaio 2026 )

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