Il conflitto in Medio Oriente sta determinando pressioni al rialzo sul prezzo del greggio, scontando il ruolo dell'Iran come produttore di petrolio e la rilevanza strategica dello Stretto di Hormuz come rotta mercantile. "Si prefigura una tendenza generale al ribasso delle prospettive per l'economia mondiale nel 2026". Lo scrive l'Istat nella Nota sull'andamento dell'economia. L'escalation del conflitto, sottolinea, ha causato uno shock dal lato dell'offerta di prodotti energetici con potenziali effetti sistemici su crescita economica, occupazione e inflazione. La dimensione dell'impatto economico della crisi attuale, prosegue l'Istat, di difficile valutazione al momento, dipenderà dalla sua persistenza e dall'eventuale compromissione delle infrastrutture estrattive o delle rotte di approvvigionamento.
"Al momento, la forte volatilità delle borse suggerisce che il mercato non abbia ancora scontato interamente l'ipotesi di un conflitto di lunga durata". Tra l’altro, nel 2025, le principali economie mondiali hanno mostrato andamenti eterogenei, con un aumento del Pil cinese ancora in linea con gli obiettivi del governo (+5,0%), una decelerazione dell’attività economica negli Stati Uniti (+2,2%), e una ripresa complessiva dell’area euro superiore alle attese (+1,3%). Nel quarto trimestre del 2025, il Pil italiano ha registrato una crescita congiunturale dello 0,3%. Nel confronto europeo, l’incremento, trainato dalla domanda interna, è stato superiore a quello della Francia (+0,2%), analogo a quello della Germania (+0,3%) ma inferiore a quello della Spagna (+0,8%).
I primi dati del 2026 indicano però un andamento ancora incerto per il settore industriale. A gennaio l’indice destagionalizzato della produzione ha segnato il secondo calo consecutivo su base mensile, con una diminuzione dello 0,6% dopo il -0,5% registrato a dicembre. Considerando però la media del trimestre novembre 2025 -gennaio 2026, la produzione risulta in aumento dello 0,7% rispetto ai tre mesi precedenti, segnale che suggerisce una dinamica ancora instabile ma non priva di elementi positivi. Sul fronte del lavoro arrivano indicazioni più favorevoli. A gennaio l’occupazione è aumentata, coinvolgendo tutte le classi di età ad eccezione dei più giovani tra i 15 e i 24 anni. La crescita riguarda sia i lavoratori dipendenti sia gli autonomi, mentre l’incremento ha interessato soprattutto la componente maschile.
Anche i prezzi mostrano un cambio di passo. A febbraio l’indice armonizzato dei prezzi al consumo è cresciuto dell’1,6% su base annua, segnando un’accelerazione rispetto ai mesi precedenti. L’inflazione italiana resta comunque inferiore alla media dell’area euro, con un differenziale che tende progressivamente a ridursi. L’analisi dell’Istat dedica particolare attenzione al mercato del lavoro nel medio periodo. Dopo il brusco stop del 2020 dovuto alla pandemia, l’occupazione ha registrato una fase di recupero significativa, culminata nel 2025 con il superamento dei 24 milioni di occupati. Nonostante il miglioramento, persistono criticità strutturali.
Il tasso di inattività resta più elevato rispetto alla media europea e il divario tra uomini e donne continua a essere più ampio rispetto a quello registrato nei principali Paesi dell’Unione. A ciò si aggiungono differenze territoriali e sociali che rimangono più marcate rispetto agli altri partner europei.
L’economia italiana mostra una tenuta superiore alle attese in alcuni indicatori, ma resta esposta ai rischi legati al contesto internazionale, alla debolezza dell’industria e alle fragilità strutturali del mercato del lavoro, fattori che rendono il 2026 un anno ancora incerto per il percorso di crescita.
Rodolfo Ricci
