Lunedì 13 aprile 2026, ore 22:12

Report Cisl 

Nel 2025 salari aumentano del 3,1%. Per il secondo anno consecutivo sopra l’inflazione 

Il secondo semestre 2025 conferma il recupero retributivo avviato nel 2023. È quanto emerge dal terzo report della Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, basato su dati Istat, Inps e Ocpi (osservatorio sui conti pubblici italiani) e diffuso dal dipartimento contrattazione della confederazione di via Po.
Nel 2025 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 3,1% con un differenziale positivo rispetto all'inflazione (1,7% l'indice Ipca) di 1,4 punti. Per il secondo anno consecutivo si realizza un parziale recupero rispetto all'inflazione dopo gli anni post pandemia di crescita dei prezzi superiore a quella dei salari. A fine 2025 i dipendenti in attesa di rinnovo del contratto erano 5,5 milioni (il 42,2%), in lieve calo su settembre (5,6 milioni). I tempi di attesa a dicembre per i lavoratori con contratto scaduto sono scesi da 27,9 a 18,9 mesi. Se si guarda alle retribuzioni contrattuali c'è ancora un gap negativo rispetto al 2019 del 6,4% mentre per le retribuzioni di fatto, calcolate con il monte retributivo diviso il numero degli occupati dipendenti sempre al lordo di imposte e contributi, il differenziale negativo rispetto al periodo prepandemico è dell'1,7%. Questo scarto di quasi 5 punti percentuali tra le due misure lorde è spiegato dalla contrattazione di secondo livello, dagli straordinari, dalle indennità e dai compensi accessori non rilevati dall'indice Istat delle retribuzioni contrattuali.
Per le retribuzioni contrattuali orarie sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore alla fine di dicembre 2025, l'Istat proietta per il primo semestre 2026 una crescita media delle retribuzioni contrattuali orarie del 2,4% e dell'1,9% nella media dell'intero anno 2026. Le retribuzioni di fatto per dipendente in termini reali, si legge nel report, hanno subito una perdita di quasi il 9% tra il picco del terzo trimestre 2021 e la fine del 2022. Successivamente si è avuta una ripresa graduale con un gap negativo residuo rispetto al 2019 di circa 1,7% al secondo trimestre 2025. Se si guarda anche alle politiche fiscali, evidenzia la Cisl, sulla base del Rapporto Inps 2025, le retribuzioni nette dei redditi mediani hanno recuperato quasi interamente l'inflazione cumulata (gap residuo di soli 0,5 punti su un'inflazione del +17,4% nel periodo considerato), mentre per i redditi bassi il gap si riduce a 2,9 punti. Un risultato che né le retribuzioni contrattuali né le retribuzioni di fatto lorde riescono a evidenziare.
Nel 2025 sono stati recepiti complessivamente 33 contratti, che hanno interessato circa 4,7 milioni di lavoratori dipendenti, per un monte retributivo pari al 37,1% del totale economia. A fine dicembre 2025 risultano in vigore 48 contratti, tutti appartenenti al settore privato. Questi contratti regolano il trattamento economico di circa 7,6 milioni di dipendenti (57,8% del totale) e corrispondono al 55,5% del monte retributivo complessivo. La copertura nel settore privato è pari al 73,8% dei dipendenti. Nella pubblica amministrazione l'incidenza rimane pari a zero essendo a fine anno tutti i contratti scaduti. L'analisi Istat elaborata dalla Cisl non tiene conto dei contratti dei metalmeccanici e della gomma e plastica sottoscritti a dicembre.
Il sistema contrattuale italiano, sottolinea la Cisl, produce molto di più di ciò che l'indice mensile Istat fotografa. Leggere la dinamica salariale solo attraverso i minimi tabellari significa ignorare due livelli distinti di miglioramento. Il primo, già nelle retribuzioni lorde, grazie alla contrattazione decentrata, agli straordinari e alle componenti variabili dei contratti nazionali (che spiega lo scarto tra -6,4% e -1,7% reale); il secondo, sulle retribuzioni nette, grazie alle politiche fiscali redistributive, taglio del cuneo contributivo e detrazioni, che portano il gap reale a meno di 1 punto per i redditi mediani e al 2,9% per i redditi bassi. ”La narrativa della perdita salariale basata sui soli minimi tabellari accumula entrambe le distorsioni contemporaneamente aggravando la distorsione della interpretazione dei dati anziché consentire una lettura equilibrata e realistica”.
Osserva il segretario confederale Cisl Mattia Pirulli: “La stagione contrattuale 2024/2025 ha dimostrato la capacità della contrattazione collettiva di recuperare potere d'acquisto senza alimentare spirali inflazionistiche”. La sfida, spiega, ”non è solo quantitativa ma qualitativa: avanzare sulla partecipazione, introdurre nuove tutele, impedire che la vacanza contrattuale diventi strutturale e che il dumping contrattuale, pur contenuto quantitativamente sul piano complessivo ma già in espansione nel terziario, eroda gli spazi della contrattazione rappresentativa”. Per la Cisl ”far crescere i salari medi e mediani con la contrattazione nazionale, che trascina verso l'alto i salari minimi e redistribuire la produttività come un vero e proprio diritto alla contrattazione decentrata, aziendale e territoriale in tutti luoghi di lavoro a tutte le lavoratrici e lavoratori è fondamentale in questa fase per la crescita economica del Paese. Questa è la strada possibile per contribuire a combattere il lavoro povero che dipende però innanzitutto dalla qualità della nostra struttura produttiva, dalla qualità del lavoro”. Conclude il segretario confederale Cisl: ”Il ruolo spetta alle parti sociali che devono aggiornare i contenuti degli Accordi Interconfederali per una riforma della contrattazione collettiva e della rappresentanza in linea con questo obiettivi, scongiurando interventi opportunistici e strumentali della politica”.
Misure per combattere il lavoro povero sono state annunciate giovedì alle Camere dalla premier Meloni. Misure che potrebbero essere approvate in vista del Primo Maggio, cosa già accaduta con l'attuale Esecutivo. Sul lavoro la strategia da definire è già stata al centro dell’incontro del primo aprile tra la stessa presidente del Consiglio e la ministra del Lavoro Calderone. Una riunione di lavoro per fare il punto sulle misure già adottate a sostegno dell'occupazione e dei salari e avviare una riflessione sui nuovi interventi finalizzati a rafforzare le politiche per il lavoro e a contrastare il fenomeno del lavoro povero. Da allora è partita la fase preliminare e ora si sta lavorando alla messa a punto di ventaglio di misure. Il punto di partenza potrebbe essere l'attuazione della legge delega varata a settembre scorso sulla retribuzione giusta ed equa, che punta ad estendere i minimi dei contratti nazionali più applicati. Ma non è scontato che sia questa la strada anche se i tempi sono comunque stretti per definire il pacchetto, visto che la delega scade il 18 aprile (e quindi andrebbe prorogata). Da parte loro le opposizioni contestano le cifre del Governo sull’andamento dell’occupazione e sulla lotta alla precarietà; e la proposta unitaria sul salario minimo è statao incardinata in commissione Lavoro alla Camera.
C’è poi il Piano Casa al quale l'esecutivo sta lavorando da tempo. ”Un piano robusto, strutturale - ha detto la premier Meloni - che ha come obiettivo rendere disponibili, tra alloggi popolari e a prezzi calmierati, oltre 100 mila case nei prossimi dieci anni”. Il progetto prevede una serie di misure rivolte all'incremento del patrimonio immobiliare, sia con nuove costruzioni che con il recupero di quelle esistenti. Ed in quest'ottica dovrebbe arrivare sul tavolo del prossimo Cdm un primo decreto con risorse per 950 milioni, messe a disposizione delle aziende casa dell'Azienda lombarda edilizia residenziale (Aler) e delle aziende territoriali per l'edilizia residenziale pubblica e ”destinate unicamente alla manutenzione e al recupero del patrimonio pubblico di edilizia residenziale e sociale attualmente non assegnato alle famiglie in graduatoria, perché non a norma”, aveva spiegato qualche settimana fa il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Salvini. L'intervento è finanziato con fondi Mit. Tra gli altri provvedimenti si sono ipotizzate misure per aiutare chi non è in grandi difficoltà ma al contempo non riesce a sostenere un mutuo, l'acquisto o l'affitto: per loro c'è allo studio il potenziamento del cosiddetto ”rent to buy”, che consente di entrare in casa con un canone calmierato e costruire gradualmente un percorso verso la proprietà.
Giampiero Guadagni

( 10 aprile 2026 )

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